Gli anni 90 e il peso di sentirsi diversa | Federica Suella

Federica Suella racconta il dolore di sentirsi diversa negli anni 90, tra occhiali, prese in giro e ferite all’autostima.

Gli anni 90 e il peso di sentirsi diversa | Federica Suella
Federica Suella

C’è un’immagine di me bambina che porto ancora nel cuore: una bimba con un paio di occhiali un po’ troppo grandi sul viso. Per anni, quell’immagine ha definito il mio modo di guardarmi.

Il mio viaggio con gli occhiali è iniziato a soli 6 anni, in prima elementare. Ricordo bene l’emozione di quel periodo. Mi sentivo una piccola donna pronta a conquistare il mondo, mentre entravo in uno dei capitoli più importanti della vita: la scuola.

Eppure, proprio lì, in quel mondo nuovo che immaginavo pieno di promesse, qualcosa si è incrinato. Con i miei nuovi occhiali sono arrivate anche le prime prese in giro. Parole che, per una bambina così piccola, pesano come pietre sull’autostima.

Quando ho iniziato a sentirmi diversa

Da quel momento ho iniziato a vedermi come “diversa”. Quei vetri non mi aiutavano soltanto a vedere meglio il mondo, ma sembravano dare agli altri un motivo per etichettarmi e mettermi in un angolo.

In quella classe piena di facce nuove, io ero la prima. La prima ad avere gli occhiali da vista, e non solo da usare per guardare la lavagna. I miei erano fissi, compagni inseparabili di ogni momento della giornata, perché ero molto miope e ne avevo davvero bisogno.

Proprio quella particolarità, che in fondo era solo una parte di me, diventò il bersaglio perfetto. Le prese in giro iniziarono presto. A 6 anni magari non capisci fino in fondo certe parole, ma le senti dentro. E fanno male.

Il peso delle parole negli anni 90

Ci stavo male davvero. Mi sentivo sbagliata, inadeguata e profondamente sola. La cosa più brutta era che, quando mostravo il mio dispiacere, venivo derisa ancora di più. Era un piccolo cerchio di dolore che, per quella bambina, sembrava non finire mai.

Negli anni 90 avere gli occhiali, almeno nel mio ambiente, sembrava ancora qualcosa di strano. E poco dopo arrivò anche l’apparecchio per i denti. A quel punto mi sentivo addosso tutti gli sguardi. Mi sentivo “tutta io”: tutta io quella brutta, tutta io quella diversa.

Quel peso me lo sono portato dietro fino all’adolescenza. Crescendo, mi sentivo sempre più intrappolata in quel gruppo delle “poche”, quelle considerate le più brutte. Il motivo era semplice e crudele: ci si fermava all’apparenza, senza provare a vedere cosa ci fosse oltre.

Cosa resta oggi di quella bambina

Questa è la prima parte della mia storia. È l’inizio di un percorso che mi ha segnata profondamente, ma che ha anche gettato le basi per la donna che sono oggi. Perché a volte, proprio dalle crepe, passa una luce nuova.

Oggi vedo tanti bambini con occhiali e apparecchi, e questo mi fa pensare che forse qualcosa sia cambiato. Mi auguro con tutto il cuore che certe storie facciano meno male di un tempo. E se anche solo un bambino dovesse sentirsi come mi sentivo io, spero che oggi ci siano adulti, insegnanti e una scuola capaci di intervenire davvero.

Perché nessun bambino dovrebbe sentirsi solo per qualcosa che fa semplicemente parte di lui.


Nota della redazione: Le riflessioni espresse rappresentano l’esperienza personale, autentica e fedele dell’autore.
Questo contenuto è stato ottimizzato esclusivamente nella forma e nella leggibilità con il supporto dell’intelligenza artificiale, mantenendo rigorosamente intatto il significato, le emozioni e il messaggio originale dell’autore.